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Giovedì, 18 Agosto 2005 - Sant'Elena, imperatrice
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GUBBIO “IL LUPO DI GUBBIO”
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Sigillo della Custodia
francescana di Gubbio (sec. XIII).
Documenta l’antichità della tradizione
del “lupo di Gubbio” ammansito da San Francesco |
GUBBIO
“IL LUPO DI GUBBIO”
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arra
il cronologo francescano padre Benvenuto Bazzocchini: «Gubbio,
la colta e gentile cittadina dell'Umbria, è considerata
meritamente come la seconda patria di S. Francesco. Allorquando
il figlio di Pietro Bernardone, perseguitato dal padre, diseredato
e quasi ignudo, usciva d'Assisi incamminandosi alla guida della
Provvidenza, questa lo condusse sulla strada di Gubbio, ove giunse,
si può immaginare in quale stato, dopo le varie peripezie
di quel viaggio; fra l'altro, l'incontro dei ladroni a Caprignone,
i quali inflissero ogni sorta di maltrattamenti a quello che andava
proclamandosi l'Araldo del Buon Dio (cf. I Cel. n. 16)».
Prima di giungere a Gubbio, frate Francesco chiese ospitalità
ai religiosi dell’abbazia di San Verecondo in Vallingegno,
ubicata a pochi chilometri dalla stupenda città “umbra
pre-romana”.
L’abbazia, risalente al sec. XI, è legata a vari
episodi della vita del Santo d’Assisi. Recita la «Passione
di San Verecondo» (sec. XIII): «Tra le cose più
recenti, il beato Francesco poverello parecchie volte domandava
ospitalità al monastero di San Verecondo. L’abate
e i monaci l’accoglievano con grande delicatezza e devozione»
(cf. Fonti francescane, parr. 2249-2251).
Secondo le cronache, infatti, nella dimora benedettina di San
Verecondo sarebbe stato ospitato il giovane Francesco, quando,
perseguitato dal padre, fuggì da Assisi, (altri sostengano
trattasi di Santa Maria di Valfabbrica). Narra San Bonaventura:
«Si recò, poi, ad un vicino monastero, dove chiese,
come un mendicante, l’elemosina, che gli fu data come si
dà ad una persona sconosciuta e disprezzata» (Leg.
maior, cap. II, n. 6).
Sicura invece è un'altra sosta addotta dal Santo assisiate
nell’anzidetta abbazia. Ne parla Tommaso da Celano: «Il
servo dell'Altissimo era stato ospitato una sera presso il monastero
di San Verecondo, in diocesi di Gubbio, e nella notte una pecora
partorì un agnellino. Vi era nel chiuso una scrofa quanto
mai crudele, che, senza pietà per la vita dell'innocente,
lo uccise con morso feroce. Al mattino, alzatisi, trovano l'agnellino
morto e riconoscono con certezza che proprio la scrofa è
colpevole di quel delitto. All'udire tutto questo, il pio padre
si commuove, e ricordandosi di un altro Agnello, piange davanti
a tutti l'agnellino morto: “Ohimé, frate agnellino,
animale innocente, simbolo vivo sempre utile agli uomini! Sia
maledetta quell'empia che ti ha ucciso e nessuno, uomo o bestia,
mangi della sua carne!”. Incredibile! La scrofa malvagia
cominciò subito a star male, e dopo aver pagato il fio
in tre giorni di sofferenze, alla fine subì una morte vendicatrice.
Fu poi gettata nel fossato del monastero, dove rimase a lungo
e, seccatasi come un legno, non servì di cibo a nessuno
per quanto affamato» (II Cel., par. 111).
Dalla menzionata «Passione di San Verecondo», si ha
pure notizia che nel monastero di San Verecondo, verso la fine
della sua vita, San Francesco avrebbe tenuto un «Capitolo»
dei frati, mantenuto dalla generosità dei monaci e degli
abitanti vicini. Qualcuno ho sospettato si potesse trattare del
famoso «Capitolo delle stuoie» del 1221; ma nessuna
circostanza storica di quel «Capitolo» può
esser rapportata a questa notizia. Si può esser trattato
di un altro «Capitolo», ristretto magari all'Umbria
o all'Italia centrale.
Altro viaggio di San Francesco per Vallingegno è narrato
da una splendida e commovente pagina sempre narrata dalla «Passione
di San Verecondo»: «(Negli ultimi anni della sua vita)
il beato Francesco, che era consumato e indebolito nel corpo,
a causa delle incredibili penitenze, veglie, orazioni e digiuni,
massimamente dopo che era stato insignito delle stimmate del Salvatore,
non potendo più camminare a piedi, viaggiava sul dorso
di un asinello. Una sera sul tardi, era quasi notte, egli passava,
in compagnia di un fratello, per la strada di San Verecondo, cavalcando
l'asinello, le spalle malamente coperte d'un rozzo mantello. I
contadini appena lo videro, cominciarono a chiamarlo dicendo:
“Frate Francesco, resta con noi e non voler andar oltre,
perché da queste parti imperversano lupi famelici e divorerebbero
il tuo asinello, coprendo di ferite anche voi”. E il beato
Francesco replicò così: “Non ho mai fatto
nulla di male al lupo, io, perché ardisca divorare il nostro
fratello asino. State bene, figli miei, e vivete nel timore di
Dio!”. E così frate Francesco proseguì il
suo cammino senza imbattersi in sventura di sorta. Questo ci ha
riferito uno dei contadini che era stato presente al fatto».
Da Vallingegno a Gubbio.
San Francesco vi giunse certamente più volte. Il fatto
che desiderò nascondervisi quando era perseguitato dal
padre, e che qui avesse gli amici più cari della sua giovinezza,
fa pensare a sue frequenti sortite in questa terra.
Sicura è la sua sosta a Gubbio, agli inizi del 1207, presso
l'amico che la tradizione presenta con il nome di Federico Spadalunga.
Questi lo accolse in casa (se ne mostra la parte superstite, ora
inserita nella chiesa di San Francesco) e «gli diede anche
una povera tonachella, che egli indossò come poverello
di Cristo» (Leg. maior, cap. II, n. 6).
Così vestito, San Francesco si dette alla cura dei lebbrosi
nel lebbrosario di San Lazzaro, a due chilometri dalla città,
sulla strada per Perugia.
Si è a conoscenza che, «poco tempo dopo» (I
Cel., 17), l'abate benedettino di Vallingegno, il quale inizialmente
aveva riservato al Santo una non propriamente gentile accoglienza,
mosso dall'esempio di santità, lo ricercò per chiedergli
perdono. Difficile stabilire quando questo possa essere avvenuto.
Era allora vescovo di Gubbio il beato Villano, monaco di Fonte
Avellana, il quale, nel 1213, concesse ai frati di stabilire una
loro sede presso l'antica chiesa di Santa Maria della Vittoria
- detta anche «Vittorina» - nella pianura, quasi alle
porte della città. Proprio accanto a questa chiesa, sarebbe
avvenuto il notissimo episodio della “conversione del lupo
di Gubbio”.
I Fioretti (cap. XXI) raccontano che nel periodo in cui San Francesco
si trovava a Gubbio, un vecchio lupo (molto più probabilmente
una vecchia lupa), con la sua ferocia, seminava il terrore nell’intero
contado.
Il Santo assisiate, messo al corrente del fatto, va alla ricerca
del lupo, lo incontra, parla con lui; alla fine del colloquio
la bestia gli porge la zampa e il patto è stipulato: da
quel giorno il lupo, come un buon cristiano, diviene il trastullo
dei bambini e l’idolo della cittadina. «E poi il detto
lupo vivette due anni in Agobbio; ed entravasi domesticamente
per le case a uscio a uscio, senza fare male a persona e senza
esserne fatto a lui; e fu nutricato cortesemente dalle genti;
e andandosi così per la terra e per le case, giammai niun
cane gli abbaiava dietro. Finalmente, dopo due anni, frate lupo
si morì di vecchiaia. Di che i cittadini molto si dolsero;
imperò che, veggendolo andare così mansueto per
la città, si ricordavano meglio della virtù e della
santità di santo Francesco» (I Fioretti, cap. XXI).
Molti si chiedono: Ma davvero la storia del famoso lupo diventato
«a modo d’uno agnello mansueto» è solo
leggenda o una parabola, che narra, attraverso simboli, una vittoria
del bene sul male? Una volta lo si pensava; oggi non più.
L’opinione prevalente è che i Fioretti riportino
un fatto realmente accaduto.
Il principale indizio a favore di detta tesi è una pietra
custodita nella chiesa di San Francesco della Pace, nel centro
di Gubbio. Si tratta di un coperchio di un antico sarcofago, decorato
da una croce, similmente a mille altre pietre tombali d’ogni
epoca. Eppure quel sarcofago, stando alle specifiche competenze,
risulta essere anomalo: le sue dimensioni, infatti, sono troppo
piccole per contenere un uomo.
Per capire l’importanza di questa pietra, occorre fare un
salto a ritroso nel tempo: all’anno 1873. A quell’epoca
il quartiere limitrofo alla chiesa di San Francesco della Pace
era chiamato “Morte del Lupo” perché, secondo
la tradizione, l’ex terrore della città era stato
seppellito lì, nel cuore del centro. Ebbene: nel 1873 alcuni
operai stavano lavorando per sistemare i gradini di un vicolo
prossimo alla chiesa, quando, scavando, trovarono una pietra lavorata,
e sotto la pietra uno scheletro di animale. Incuriositi, gli operai
portarono quei resti a un veterinario - tale Giovanni Spinaci
- il quale non ebbe dubbi: le ossa erano quelle di un lupo!
In altri tempi la scoperta avrebbe fatto scalpore; allora, invece,
creò solo imbarazzo. E si può capire il motivo:
lo Stato Pontificio era “crollato” solo da tre anni;
l’Italia era ancora divisa tra papalini e anticlericali;
quindi, accreditare o screditare l’importanza di un reperto
di quel genere era un problema più politico che storico-scientifico.
Fu così che sui resti del lupo si scatenò una gara
a “scaricabarile”: il Comune arrivò a irridere
gli autori del ritrovamento e persino il vescovo, Innocenzo Sannibale,
rifiutò di custodire le ossa, forse temendo di scontrarsi
col potere civile. Così lo scheletro del vicolo sparì
chissà dove.
Le ossa sono andate perdute: non potremo mai sapere se appartenevano
alla “belva” più famosa della storia.
Certo è che se non fosse così ci troveremmo davanti
a una ben strana coincidenza: non è usuale trovare un lupo
sepolto come un cristiano, per lo più nel cuore di una
città, e proprio dove la tradizione colloca l’epilogo
del racconto dei Fioretti.
Tra l’altro, alla scoperta del vicolo si aggiungono altri
indizi, che rendono tutta la vicenda molto verosimile. Il primo
è che tra Gubbio e dintorni i lupi sono sempre stati di
casa (lo sono tuttora!). Il secondo indizio riguarda una chiesetta
fuori porta, detta da tutti “la Vittorina”: tradizione
vuole che il lupo si sia arreso a San Francesco proprio lì.
Ebbene: si sa da fonti storiche che il Santo visse a Gubbio in
due fasi (nel 1220 e 1222) e che soggiornò proprio alla
Vittorina, presso alcuni confratelli. Il terzo indizio è
l’estremo realismo con cui i Fioretti trattano la vicenda.
Da notare, inoltre, che l’autore non usa una sola volta
la parola “miracolo”, né toni favolistici,
ma si limita a descrivere in modo distaccato e “scientifico”
un animale che si sottomette: più che una biografia di
un Santo, sembra di leggere un testo di etologia. Ciò,
senza dubbio, non dimostra che la storia del lupo di Gubbio sia
vera, ma almeno sottolinea che chi l’ha tramandata aveva
i “piedi per terra” e ben sapeva di cosa stava parlando.
Il punto debole dei Fioretti - sempre evidenziato dagli scettici
- è che quel testo sia relativamente tardivo: fu scritto
nel ‘300, quando Francesco era già venerato come
Santo, e attribuirgli prodigi era perciò quasi un obbligo
letterario. Obiezione respinta, poiché del lupo di Gubbio
esistono tracce più antiche dei Fioretti: la più
bizzarra è un sigillo del ‘200, conservato a Gubbio,
che raffigura il Santo con un lupo al guinzaglio. Ci sono poi
affreschi della stessa epoca e quattro testi, fra cui un poemetto
(“Legenda versificata”), scritto da Enrico d’Avranches
negli anni 1232-34, cioè quando molti testimoni dell’avvenimento
erano ancora in vita.
Sarebbe errato, quindi, chiamarla “fiaba”!
Che un lupo selvaggio sia stato davvero “addomesticato”
e sia poi vissuto tra le case di Gubbio è più che
probabile!
«Francesco d’Assisi - sottolinea Sidney F. Wichs -
è l’Uomo miracolo! A lui Dio concesse il potere di
infrangere le barriere, che dividono l’uomo dall’uomo,
che dividono l’uomo dagli animali. Francesco ha spalancato
tutte le porte chiuse e ha liberato tutti i cuori prigionieri,
i cuori degli uomini, degli uccelli o degli altri animali; i cuori
dei feroci saraceni, dei briganti, dei prìncipi superbi,
dei poveri di spirito, delle pecorelle cristiane rimaste senza
pastore».
Paolo Rossi
paolorossi62@tele2.it
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